ISAAC ASIMOV LA FINE DELL'ETERNITA' A Horace L. Gold. Indice Indice.............................................................................................................................2 Introduzione. 1955. La fine dell'Eternità. ..................................................................2 1. Tecnico...................................................................................................................5 2. Osservatore. .........................................................................................................16 3. Cadetto.................................................................................................................27 4. Calcolatore...........................................................................................................37 5. Temporale. ...........................................................................................................48 6. Manipolatore di Vite. ...........................................................................................58 7. Preludio al delitto.................................................................................................68 8. Delitto. .................................................................................................................79 9. Interludio..............................................................................................................89 10. In trappola!.........................................................................................................99 11. Circolo chiuso. .................................................................................................108 12. L'inizio dell'Eternità.........................................................................................118 13. Oltre la porta del passato. ................................................................................129 14. Un crimine antico ............................................................................................139 15. Ricerca nel Primitivo .......................................................................................152 16. I Secoli Nascosti. .............................................................................................162 17. Il cerchio si chiude...........................................................................................171 18. L'inizio dell'Infinito. ........................................................................................180 Introduzione. 1955. La fine dell'Eternità. 1955: La fine dell'Eternità potrebbe essere il titolo di un film di fantascienza retrò in cui l'azione, il dramma, la fine del mondo venisse proiettata indietro nel tempo. Come slogan, potrebbe adottare qualcosa di simile: La fine del mondo è già successa! La realtà sta per sgretolarsi sotto i nostri occhi... A quando la prima crepa nel muro? Nella trama, messa insieme da uno sceneggiatore allucinato, un gruppo di scienziati avrebbe scoperto il segreto del viaggio nel tempo ma lo terrebbe nascosto all'umanità che non è ancora matura, in compenso, attuerebbe una serie di ciniche manipolazioni della realtà modificando banali incidenti del passato, con quel che segue di paradossi: e addio libero arbitrio. Benché un film del genere lo si andrebbe a vedere volentieri, bisogna ammettere che risulterebbe forse un po' verboso; e mentre la protagonista si spoglia per essere visitata dal Dottore Pazzo, questi sarebbe capace di frapporsi tra noi e la bella e lanciarsi, in primo piano, in una folle serie di considerazioni sul Tempo a Spirale e altri divertenti teoremi. No, più che di un film questa è materia di romanzo. Infatti, di buoni film sui viaggi nel tempo ne sono stati fatti due o tre, mentre di romanzi ne sono stati scritti una lunga e onorevole serie, a partire dalla Macchina del tempo di H.G.Wells. La fine dell'Eternità di Isaac Asimov è uno dei più notevoli del dopoguerra, anche se al lettore interessato non mancheremo di consigliare gli splendidi Cronomoto di Bob Shaw e Vita con gli automi di James White (che non è, tecnicamente, una storia di viaggi nel tempo, ma di fatto trasporta il suo involontario eroe nelle epoche più remote del futuro della Terra). Ma torniamo, con un salto nel tempo, a quel 1955 che avevamo preso di mira all'inizio. In quell'anno Isaac Asimov è professore associato di biochimica alla Boston University School of Medicine, un incarico che ha ottenuto nel 1949 e al quale rinuncerà definitivamente nel 1958 per dedicarsi a tempo pieno all'attività di scrittore (non di fantascienza, però: di divulgazione e argomenti connessi, un settore che all'epoca rendeva molto di più). La vita accademica deve fare uno strano effetto, al nostro: perché è proprio negli anni di Boston, fra il 1950 e il 1956, che Asimov scrive più freneticamente e con più ardore i suoi romanzi di fantascienza. Si direbbe che siano la reazione del brillante professore ebreo alle costrizioni dell'ambiente universitario, al clima snob e provocatorio di Boston e della Nuova Inghilterra, a tutto ciò che, in fondo, non è il suo mondo. Ma qual è il suo mondo? Uno degli autentici motivi di fascino della narrativa di Asimov è che questa domanda serpeggia sempre fra le quinte e non riceve mai risposta. E' la narrativa di un déraciné, di un eterno fuori posto, di un malinconico cittadino americano che non si è mai del tutto integrato e che tira un sospiro di sollievo al pensiero che l'inglese sia diventato la sua lingua madre.) Allo stesso modo, prima della guerra, aveva reagito alle pressioni di Brooklyn e della patriarcale famiglia ebraica, del candy-store e dell'università, con i racconti brevi apparsi per lo più su Astounding, il mensile di John W. Campbell. Nel 1955, dunque, Asimov è ancora invischiato nell'ambiente dei Bostoniani, quel crogiuolo dell'America anglosassone e intellettuale che deve aver acuito non poco i suoi problemi di identità. Al suo attivo, a parte i racconti, ha già diversi romanzi: Paria dei cieli del 1950, Stelle come polvere del 51, Le correnti dello spazio del 52, Abissi d'acciaio del 1954. Chi li ha letti, e in particolare Abissi d'acciaio, col suo seguito: Il sole nudo, vi troverà parecchi punti in comune. Quando, nel 1955, esce La fine dell'Eternità, si ha l'impressione di trovarsi davanti a una trascrizione in chiave fantascientifica delle esperienze accademiche di Asimov. Come lui, l'eroe fa l'insegnante; come lui obbedisce ad una gerarchia pedante e sfuggente, quella dei Calcolatori, che disprezzano i Tecnici, cioè i professori associati della situazione. E come lui, come Lije Baley ed altri eroi, Andrew Harlan è un malinconico che non appartiene a nessun luogo e a nessun tempo, uno che s'illude di essere accettato in virtù delle sue capacità professionali ma che, in realtà, sente il peso di una solitudine di vecchia data. Sotto questo aspetto La fine dell'Eternità è uno dei migliori romanzi di Asimov, dove l'amarezza anche fisica del suo personaggio è tratteggiata con maggiore bravura. Questa vena di malinconia ebraica, insofferente ed esiliata, inquieta e consapevole di sé, fa di Harlan una figura epica, ma modernamente epica. C'è addirittura un risvolto biblico, come già in Abissi d'acciaio: Harlan sente di essere come Sansone in mezzo ai filistei, e sogna di farne crollare il Tempio. Anzi, il Tempo. Come altri eroi di Asimov, il Tecnico protagonista della Fine dell'Eternità, è uomo ebreo al cento per cento, si porta addosso il peso di una colpa che gli altri continuano ad attribuirgli ma da cui non si difende, si sente solo e perseguitato e non ha nemmeno un amico su cui contare; nemmeno uno tranne Noys, la donna che ama. La salvezza non può che venire da lei, ma per raggiungerla occorre prima liquidare l'Eternità. A differenza di altri romanzi di fantascienza del periodo, quelli di Asimov non sono interessati esclusivamente a un problema astratto, scientifico o pseudo-scientifico, filosofico o pseudo-filosofico, ma a un interplay di personaggi. Gli eroi sono tutti umani, non ci sono né mostri né extraterrestri, e qui nemmeno robot. Ciò che conta è la rappresentazione di una condizione di spirito, di carattere, che emerge con l'aiuto di un efficace background immaginario. Ci pare che Asimov sia seriamente interessato alle possibilità del romanzo psicologico, ma è tanto abile (o tanto fortunato) da evitare, in ultima analisi, i cliché del romanzo psicologico, e darci al loro posto una sua sintesi personale dove la descrizione dei caratteri ha qualcosa della felice versatilità delle maschere. Lo sfondo fantascientifico dei suoi romanzi non è, rispetto a questo interesse umano, secondario o pretestuoso (come è accaduto poi ad alcuni autori successivi), ma le idee grandiose di imperi galattici e Fondazioni, di viaggi nel tempo e società robotiche sono vissute e ricreate da Asimov come se fossero sogni. Lo sfondo della Fine dell'Eternità con i suoi paradossi temporali e la sua logica celestiale, è così complicato da ricordare il canovaccio di un sogno; la perizia di Asimov sta nel non insistere su impossibili dettagli, ma nell'estrarre da questo sfondo nebuloso i suoi personaggi, le sue creature malinconiche, le sue speculazioni come le chiavi di volta del sogno. Alcuni romanzi, e senz'altro questa Fine dell'Eternità, ricordano, a questo proposito, una seduta di analisi. Non sappiamo se La fine dell'Eternità sia, come qualcuno dice, il più bel romanzo di Asimov e il miglior esempio moderno di storia sui viaggi nel tempo. Ci pare, tuttavia, che i suoi secoli desolati, i lunghi corridoi dell'Eternità, i malinconici Mutamenti di Realtà, i claustrofobici Pozzi temporali, abbiano una forza e un'amarezza che negli anni non hanno perduto niente. E' un racconto rarefatto, spigoloso, fatto ad angoli sghembi come la scenografia di un film espressionista. Ed è un racconto nero, immerso in un'atmosfera tesa, pessimista quanto è indispensabile alla ragione. Non a caso nel 1955 il romanzo fu respinto da quasi tutte le riviste specializzate, e pubblicato direttamente in volume da Doubleday. C'è un che di inquietante, in questo libro, che non si riesce facilmente a definire. Si ha l'impressione che sia notte, che il Tempo stringa e ci vorranno ancora molte ore prima che l'Eternità sia liquidata per sempre e al suo posto torni la libertà. 1. Tecnico. Andrew Harlan entrò nel veicolo sferico inserito in un pozzo verticale fatto di sbarre regolarmente distanziate, che più in alto, a circa due metri sulla sua testa, sembravano tremolare in un alone sfocato. Harlan mise in moto i comandi e azionò la leva d'avviamento, facendola scivolare facilmente. Il veicolo non si mosse, e del resto Harlan non se lo aspettava. Non si aspettava nessun movimento, né a sinistra né a destra, né in alto né in basso, ma lo spazio fra una sbarra e l'altra si trasformò in un grigiore indistinto, solido al tatto e tuttavia immateriale. Poi Harlan sentì un leggero senso di nausea, una vertigine (psicosomatica?) indice che la sfera e tutto ciò che conteneva, lui compreso, stava sfrecciando in avanti lungo il flusso dell'Eternità. Harlan era salito a bordo nel 575° Secolo, che era la base di operazione assegnatagli due anni prima, massimo punto da lui raggiunto nell'Eternità, ma ora doveva salire al 2456°. In circostanze normali si sarebbe sentito forse un po' smarrito a quest'idea. Il suo secolo natale era molto più indietro, il 95° per essere precisi, un secolo rustico in cui l'energia atomica era proibita: un secolo che preferiva il legno naturale come materiale da costruzione e che esportava dovunque alcuni tipi di liquidi potabili distillati, importando semi di trifoglio. Sebbene Harlan non fosse più tornato nel 95° dopo che era stato arruolato per la sua istruzione e che era diventato Cadetto a quindici anni, provava sempre una sensazione di nostalgia quando si allontanava millenni dal punto natale: era una distanza considerevole anche per un Eterno incallito. Già, in circostanze normali sarebbe stato proprio così... Ma, in quel momento, Harlan non era in grado di pensare ad altro se non ai documenti che gli pesavano in tasca. Era un po' spaventato, un po' teso e confuso, e le sue mani mossero macchinalmente le leve adatte perché il veicolo si fermasse nel secolo voluto. Era davvero strano che un Tecnico si sentisse teso o nervoso, perché, come aveva detto una volta l'istruttore Yarrow, un Tecnico deve sopra ogni cosa essere privo di sentimenti. I cambiamenti di Realtà che egli attua possono incidere sulla sorte di cinquanta miliardi di individui, un miliardo o più dei quali possono venire danneggiati così gravemente da non potersi più considerare le stesse persone. In tali condizioni il sentimento è un ostacolo gravissimo. Harlan scosse la testa con forza, come per scacciare il ricordo della voce dell'istruttore. A quei tempi non avrebbe mai pensato di essere vulnerabile alle emozioni... e invece ne era stato sopraffatto. E non per quello che aveva o non aveva fatto a cinquanta miliardi di individui, no. Per il Tempo, a lui che gliene importava? Quello che gli capitava era dovuto a una sola persona. Ad una sola. S'accorse che il veicolo era fermo, e, dopo aver indugiato la frazione di secondo necessaria ad assumere la personalità fredda e distaccata del Tecnico, uscì. Naturalmente, l'apparecchio da cui era sceso non era lo stesso su cui era salito, nel senso che non era composto dagli stessi atomi, ma Harlan non perse neppure un attimo a soffermarsi su quest'idea. Del resto, nessun Eterno si sarebbe mai sognato di farlo, perché meditare sulla mistica del Viaggio nel Tempo, piuttosto che sui nudi fatti, era il marchio del Cadetto, del novizio dell'Eternità. Si fermò davanti alla sottilissima cortina del non-Spazio e non- Tempo che lo divideva in un senso dall'Eternità e in un altro dal tempo comune. Quella davanti a cui sarebbe tra poco venuto a trovarsi era una sezione dell'Eternità completamente nuova per lui. Per sommi capi la conosceva, avendo consultato il Vademecum del Tempo, ma poiché nulla può sostituire la realtà dei fatti, si preparò all'impatto dello shock iniziale. Manovrò i controlli, semplicissima operazione per passare nell'Eternità e complicatissima per passare nel Tempo (tipo di passaggio, questo, che era per fortuna meno frequente). Varcò la cortina e si trovò immerso in una luce così viva che lo costrinse a proteggersi gli occhi con la mano. Davanti a lui c'era soltanto un uomo, che sulle prime Harlan vide confusamente. Sono il Sociologo Kantor Voy. disse l'uomo. Immagino che tu sia il Tecnico Harlan. Harlan annuì e rispose: Per il Tempo! Non si può regolare questa specie di aggeggio ornamentale? Alludi alle pellicole molecolari? chiese con degnazione Voy. Sì. Il Vademecum ne parlava, ma non mi aspettavo quest'orgia di riflessi luminosi. Il 2456° secolo era fondato sulla materia, come la maggior parte dei secoli, del resto: Harlan aveva tutto il diritto di aspettarsi fin dall'inizio una compatibilità di base, e, non trovandola, era giustamente irritato. Nel 2456° secolo la materia veniva usata per tutti gli scopi, dalla costruzione delle pareti a quella dei chiodi, e lui sapeva che non si sarebbe trovato, ad esempio, nella confusione che sperimentava qualunque essere nato in un'epoca basata sulla materia nel secolo 300°, coi suoi vortici d'energia, o nel 600°, coi suoi campi dinamici. Certo, c'era materia e materia, anche se un membro di un secolo fondato sull'energia non se ne sarebbe reso conto facilmente, perché, ai suoi occhi, tutte le cose materiali non erano nient'altro che variazioni sullo stesso tema pesante, barbaro e grossolano. Ma per uno nato, come Harlan, in un'epoca materiale, le distinzioni fra il legno, il metallo, la plastica, i silicati, il cemento, il cuoio (e le relative suddivisioni in leggero e pesante) erano fondamentali. Tuttavia, una sostanza fatta solo di specchi... Quella fu la prima impressione del 2456° secolo, dove tutte le superfici scintillavano riflettendo la luce. Ovunque si aveva un'impressione di assoluta levigatezza, per effetto della pellicola molecolare. In quella infinita ripetizione della sua immagine, di quella del Sociologo Voy e di ciò che si vedeva intorno, in tutto od in parte, e da ogni angolazione, c'era una gran confusione. Di più, c'era da farsi venire un capogiro o la nausea! Mi dispiace, disse Voy, ma è l'uso del secolo, e la Sezione trova che sia bene adottare i costumi locali, quando sono pratici. Ti ci abituerai presto. Voy s'avviò in fretta sui piedi in movimento di un altro Voy, che si muovevano in perfetta sincronia con lui. Mosse un indicatore a sfioramento leggero e l'ago scese al valore minimo. Le luci si attenuarono e i riflessi scomparvero. Harlan si sentì più a suo agio. Seguimi, per favore. disse Voy. Lungo corridoi deserti, che fino a un momento prima erano stati certamente un groviglio di luci e di immagini riflesse, Harlan lo seguì su una rampa, in un'anticamera e infine in un ufficio. In quel breve tragitto non aveva visto alcun essere umano, ma ci era talmente abituato che, se un solo uomo si fosse fatto vedere, Harlan ne sarebbe rimasto sorpreso e sconvolto. Sicuramente era stata diffusa la voce dell'arrivo di un Tecnico. Anche Voy teneva le distanze: quando la mano di Harlan gli aveva sfiorato la manica, s'era ritratto istintivamente. Harlan aveva notato il gesto e con suo grande stupore aveva provato una certa amarezza. Credeva ormai che la corazza cresciuta intorno al suo animo fosse diventata abbastanza spessa da impedirgli quelle sciocche reazioni emotive. Ma se aveva torto, se la corazza era così sottile, il motivo era uno soltanto. Noys! Il Sociologo Kantor Voy si rivolse al Tecnico con modi cordiali, ma Harlan notò automaticamente che lui e il suo interlocutore si erano seduti alle estremità opposte di un lungo tavolo. Sono lieto che un Tecnico della tua reputazione si occupi del nostro piccolo problema; disse Voy. Presenta lati interessanti. disse Harlan sforzandosi di essere freddo e impersonale. Dopotutto, da uno come lui ci si aspettava proprio questo. (Ma ci riusciva veramente? Di certo i suoi veri motivi dovevano essere evidenti, la sua colpa scritta in gocce di sudore sulla fronte.) Trasse da una tasca interna il plico in cui era esposto il progetto del Mutamento di Realtà che si sarebbe dovuto fare. Era la copia inviata un mese prima al Consiglio di Tutti i Tempi e, grazie ai rapporti che lo legavano al Calcolatore Anziano Twissell (Twissell in persona!) Harlan non aveva faticato molto a impossessarsene. Prima di svolgere il foglio, che sarebbe rimasto aderente al tavolo grazie a un piccolo campo paramagnetico, Harlan si soffermò un attimo a fissare la propria immagine nella superficie molecolare illuminata che copriva il tavolo. La luce era ridotta, ma non annullata. Fu il movimento del braccio a rivelare l'immagine riflessa del volto che lo fissava accigliato dalla superficie del tavolo. Aveva trentadue anni, ma sembrava più vecchio e non aveva bisogno che venissero a dirglielo. Forse era la faccia lunga, forse le sopracciglia scure sugli occhi anche più scuri che gli davano l'aspetto grave e lo sguardo gelido associato nella mente di tutti gli Eterni con la caricatura di un Tecnico. O forse era solo la sua consapevolezza di essere un Tecnico. Stese il foglio e venne al punto: Non sono un Sociologo. Voy sorrise. Davvero? Quando un uomo esordisce affermando di non essere esperto in una data materia, subito dopo esprimerà diffusamente la sua opinione in proposito. Non un'opinione, ma una semplice domanda. Vorrei che tu dessi un'occhiata a questo progetto, per vedere se non hai commesso per caso un lieve errore. Spero di no, disse l'altro, facendosi subito serio. Harlan appoggiò un braccio sullo schienale della sedia, l'altro in grembo. Doveva impedirsi di tamburellare le dita, di mordersi le labbra, di mostrare insomma i suoi sentimenti. Da quando la sua vita era cambiata, si era fatto scrupolo di esaminare tutti i progetti di Mutamenti di Realtà che passavano attraverso il pesante filtro amministrativo del Consiglio di Tutti i Tempi. In qualità di Tecnico assegnato personalmente al Calcolatore Anziano Twissell, Harlan era in grado di guardare quei documenti con una leggerissima forzatura dell'etica professionale, specie ora che Twissell era tutto preso nel suo colossale progetto. (Le narici di Harlan si dilatarono, perché aveva appena scoperto qualcosa sulla natura del progetto.) Tuttavia non aveva nessuna certezza che sarebbe riuscito a trovare quello che gli premeva in un tempo ragionevole. La prima volta che aveva guardato il progetto di Mutamento della Realtà 2456-2781, numero di serie V-5, aveva pensato che le sue facoltà mentali fossero appannate dal pregiudizio. Per un'intera giornata aveva controllato e ricontrollato equazioni e rapporti con crescente incertezza, mista a eccitazione e all'amara soddisfazione di aver studiato almeno un po' di psicomatematica. Ora Voy esaminava gli stessi schemi temporali con un'aria fra il sorpreso ed il corrucciato. Alla fine disse: Mi sembra, dico mi sembra, che sia tutto in perfetto ordine. Harlan replicò: Alludo in modo particolare alla questione del corteggiamento secondo i costumi di questo secolo. La sociologia è il tuo campo, credo, e per questo ho fatto in modo di parlare con te appena arrivato. Voy aveva la fronte aggrottata. Gli Osservatori assegnati alla nostra Sezione, ribatté sempre educato, ma più freddo di prima, sono abilissimi, e sono certo che quelli assegnati alla questione dell'innamoramento hanno inviato dati precisi. Hai le prove del contrario? No, Sociologo Voy. Accetto per buoni i loro dati. La mia perplessità si riferisce alla loro elaborazione. Se le informazioni sul corteggiamento vengono prese nella giusta considerazione, non si profila un complesso tensorio alternato? Voy parve subito sollevato: Certo, certo, Tecnico, ma l'alternativa si risolverebbe in un effetto identico. Siamo in presenza di un cronocircolo vizioso di piccole dimensioni, senza tributari nell'una o nell'altra direzione. Spero che scuserai il mio linguaggio pittoresco al posto delle equazioni... Lo apprezzo, disse seccamente Harlan, perché non sono un Calcolatore, proprio come non sono un Sociologo. Molto bene, allora. Questo secondo complesso tensorio, che potremmo paragonare a una biforcazione, è insignificante. Poco dopo, la diramazione sfocia di nuovo nella strada maestra. Perciò non è stata menzionata nei nostri dati. Molto bene, mi inchino di fronte al tuo parere. Tuttavia c'è ancora la questione del M.M.N. Il Sociologo fece una smorfia nel sentir pronunciare quelle iniziali, e Harlan se l'era aspettato. M.M.N., Minimo Mutamento Necessario, la formula che spalancava le porte al regno dei Tecnici. Un Sociologo poteva sentirsi superiore a molti, per ciò che riguardava l'analisi matematica delle infinite Realtà possibili nel Tempo, ma in materia di M.M.N. il Tecnico era l'autorità suprema. I computer non servivano a niente, in questo campo. Il più grande Computaplex che fosse mai stato costruito, ideato dal più intelligente ed esperto Calcolatore Anziano, non poteva far altro che indicare la portata in cui era possibile trovare il M.M.N. Ma era il Tecnico che, dopo aver esaminato i dati, decideva il punto esatto. Un buon Tecnico sbagliava di rado, un Tecnico ottimo, mai. Harlan non sbagliava mai. Ora, il M.M.N. prospettato dalla vostra Sezione, disse Harlan, pronunciando con fredda esattezza le parole in Lingua Standard Intertemporale, comporta un incidente nello spazio seguito dalla morte orribile e immediata di una dozzina d'uomini, forse più. Inevitabile. disse Voy, stringendosi nelle spalle. E invece io dico che le conseguenze del Mutamento possono essere ridotte allo spostamento di un recipiente da uno scaffale all'altro. Tutto qui! Harlan puntò il dito indice, e l'unghia ben curata sfiorò una serie di forellini sul documento aperto sopra il tavolo. Voy considerò la questione in silenzio e con serietà. Harlan disse: Non vedi come cambia la situazione? Non ti accorgi che c'è una diramazione che non avete considerato? E tutto questo, non si risolve in un cambiamento veramente infinitesimale, non ci avvicina alla quasi certezza del... ...M.R.P. finì per lui il Sociologo. Proprio così, il Miglior Risultato Possibile, disse Harlan. Voy alzò la faccia scura, con un'espressione a metà strada fra l'astio e il disappunto, e Harlan notò che fra i due incisivi superiori c'era una fessura che dava al Sociologo l'aria di un coniglio, nonostante la rabbia repressa nelle sue parole. Suppongo, disse Voy, che riceverò presto una comunicazione del Consiglio di Tutti i Tempi. Non credo, il Consiglio non sa niente di tutto questo. O almeno, mi ha trasmesso il progetto di Mutamento senza far commenti. Nemmeno Harlan fece commenti sulla trasmissione di progetti dal Consiglio a lui, e Voy non si azzardò a chiedere spiegazioni. Sei stato tu, dunque, a scoprire l'errore? Sì. E non l'hai riferito al Consiglio? No. Prima sollievo, poi sospetto passarono nello sguardo del Sociologo. Perché? E' un errore che pochi avrebbero potuto evitare. Per fortuna io mi sono accorto che ero in grado di correggerlo, evitando il danno. Ecco tutto. Perché farne un caso? Grazie, Tecnico Harlan, sei stato un amico. L'errore che, come dici, era praticamente inevitabile, sarebbe apparso ingiustificabile nel rapporto. Proseguì, dopo un attimo di pausa: Ovviamente, tenuto conto delle alterazioni di personalità che si sarebbero verificate in seguito al Mutamento, la morte di qualche individuo, come preliminare, sarebbe stata di scarsa importanza. Harlan pensò: Non mi è affatto grato, anzi è seccatissimo e non mi perdonerà mai d'aver scoperto il suo errore. Gli provoca frustrazione, e se smette di razionalizzare gli brucerà anche di più. Pensa, un Sociologo salvato da un Tecnico! Messo al riparo da un abbassamento di qualifica! Se fossi un Sociologo anch'io mi stringerebbe la mano, ma sono un Tecnico e non lo farà mai. Dice che la morte per asfissia di dodici uomini è di scarsa importanza e non toccherebbe mai un individuo di rango inferiore. E poiché sarebbe stato fatale permettere al risentimento di esplodere, Harlan disse senza indugio: Spero che la tua gratitudine arrivi al punto da permettere alla tua Sezione di fare un lavoretto per me. Un lavoretto? Sì, una Manipolazione di Vita. Ho qui con me i dati necessari e una proposta di cambiamento di Realtà nel 482°. Vorrei sapere quali potrebbero essere gli effetti del Mutamento sulla vita probabile di un certo individuo. Non sono sicuro di capire bene... disse il Sociologo, lentamente. Non puoi farlo fare alla tua Sezione? Sì, ma siccome sto facendo delle ricerche personali che non voglio risultino dai rapporti, sarebbe difficile... Non terminò la frase, ma fece un gesto vago. Insomma, concluse Voy, non dev'essere fatto tramite i canali ufficiali. Voglio che sia fatto in modo discreto e confidenziale. E' una procedura irregolare. Non posso accettare. Non più irregolare della mia mancata denuncia del tuo errore, disse Harlan, aggrottando le sopracciglia. Non hai fatto obiezioni, su questo. Se dobbiamo seguire il regolamento alla lettera, allora dobbiamo farlo sempre. Mi segui? L'espressione sulla faccia di Voy era la miglior risposta. Tese la mano. Posso vedere i documenti? Harlan si rilassò un poco, il peggio era passato. Aspettò ansiosamente che l'altro esaminasse i fogli che aveva portato, ma il Sociologo parlò una volta sola. Per il Tempo, è un piccolo cambiamento di Realtà! Harlan colse l'opportunità e improvvisò: Sì, troppo piccolo addirittura. Ed è questo il problema. E' al di sotto della differenza critica, e io ho scelto un certo individuo come cavia. Naturalmente non sarebbe diplomatico usare le attrezzature della mia Sezione, prima di essere certo di aver ragione. Voy non disse niente e Harlan tacque. Non aveva senso spingere le cose troppo oltre. Il Sociologo si alzò: Passerò i dati ai Manipolatori di Vite. Terremo tutto per noi, sta' tranquillo. Ti rendi conto, tuttavia, che la faccenda non dovrà avere alcun seguito. Naturalmente. Se non ti spiace, vorrei assistere a questo Mutamento di Realtà; spero che ti fiderai di noi e lo effettuerai personalmente. Harlan annuì: Prenderò su di me tutte le responsabilità. Nella sala visioni, due schermi erano in funzione quando entrarono Voy e Harlan. Gli ingegneri li avevano già messi a fuoco sulle esatte coordinate di Spazio e Tempo e se n'erano andati. Harlan e Voy erano soli nella sala scintillante. (Le pellicole molecolari che coprivano tutto erano percettibili, anzi più che percettibili, ma Harlan non vi fece caso: badava solo agli schermi.) Entrambe le proiezioni erano immobili e come morte, dato che raffiguravano istanti matematici del tempo. Una era in nitidi colori naturali e rappresentava la sala motori di quella che Harlan dedusse doveva essere un'astronave sperimentale. Si stava richiudendo una porta, e nella fessura s'intravvedeva la suola di una scarpa rossa, semi- trasparente. Niente si muoveva: se l'immagine avesse potuto giovarsi di una risoluzione tale da mostrare i granelli di polvere nell'aria, sarebbero stati immobili anche quelli. Voy disse: Nella Realtà attuale la sala macchina resterà vuota per due ore e trentasei minuti dopo l'istante visualizzato. Lo so; mormorò Harlan. Infilò i guanti, mentre i suoi occhi veloci memorizzavano la posizione del recipiente fatale sullo scaffale. Misurò la distanza per arrivarci, calcolò la posizione migliore dove trasferirlo, poi diede un'occhiata al secondo schermo. Se la sala motori si trovava, rispetto alla Sezione d'Eternità in cui erano i due uomini, nel raggio di quello che veniva definito: il presente, ed appariva a colori naturali, l'altra, a venticinque secoli nel futuro, aveva la levigatezza azzurrina propria di tutte le visioni di là da venire. Rappresentava uno spazioporto: un cielo d'un azzurro carico, edifici azzurri in metallo, terra azzurra. Un cilindro blu di strana fattura, con il fondo svasato, stava ritto nello sfondo, in mezzo a due altri cilindri simili ma più piccoli. Tutti e tre puntavano in alto il muso attraversato da una fenditura che si spingeva fino alle parti vitali della nave. Strani. fece Harlan. Elettro-gravitazionali, rispose Voy. Il 2481° è l'unico Secolo ad aver sviluppato la tecnica dei viaggi spaziali elettrogravitazionali: niente carburanti, niente energia atomica. Esteticamente sono macchine bellissime, e sarà un peccato se dovremo Cambiare in un'altra direzione. I suoi occhi si puntarono su Harlan con aperta disapprovazione. Harlan strinse le labbra: disapprovazione, ma certo! Perché no? Lui era solo un Tecnico. Era stato un Osservatore, ovviamente, a riferire i particolari sul problema della droga. Era stato un Esperto di Statistica a dimostrare che gli ultimi Mutamenti avevano portato come conseguenza un aumento della dedizione agli stupefacenti, fino a raggiungere i livelli più alti dell'attuale Realtà dell'uomo. Qualche Sociologo, forse lo stesso Voy, aveva interpretato quei dati alla luce del profilo psicologico di una determinata società. Finalmente un Calcolatore doveva aver studiato il Mutamento di Realtà necessario a ridimensionare il fenomeno e doveva aver scoperto che, come effetto collaterale, il volo spaziale elettrogravitazionale ne avrebbe sofferto parecchio. Una decina, forse un centinaio d'uomini delle varie caste dell'Eternità avevano avuto parte nell'operazione. Ma alla fine un Tecnico come Harlan diventava indispensabile. Seguendo le direttive che tutti gli altri esperti messi insieme gli avrebbero dato, doveva attuare il cambiamento di Realtà. Da quel momento in poi gli altri l'avrebbero guardato altezzosamente e avrebbero detto: Tu hai distrutto quelle bellezze, non noi. Per tale ragione l'avrebbero condannato ed evitato. Avrebbero scaricato le loro colpe sulle sue spalle e si sarebbero presi gioco di lui. Harlan disse bruscamente: Non sono le astronavi ciò che conta, ma quelle marionette. Le marionette erano persone che la vicinanza delle astronavi faceva sembrare piccolissime; del resto, la Terra e le sue società sono sempre schiacciate dalla grandiosità del volo spaziale. I piccoli fantocci avevano braccia e gambe sollevate in pose strane, innaturali, immobilizzate nel Tempo. Avanti, sbrighiamo questo lavoro, disse Harlan, accingendosi a manovrare il piccolo generatore di campo che teneva al polso. Un momento. Voglio prima sentire dal Manipolatore di Vite quanto gli ci vorrà per sbrigare il lavoro che chiedi. Ci tengo anch'io. Le dita di Voy si mossero rapide ed esperte sul piccolo contatto mobile, e il suo orecchio ascoltò attentamente i ticchettii che giungevano in risposta. (Un'altra caratteristica di quella Sezione dell'Eternità, pensò Harlan: segnali acustici ticchettanti.) Dice che occorreranno tre ore, comunicò il Sociologo. Ha aggiunto anche che gli piace il nome della persona, Noys Lambent. E' una donna, vero? Sì, rispose Harlan con voce roca. Le labbra di Voy si piegarono in un sorriso malizioso. Interessante, mi piacerebbe vederla. Sono mesi che non capita una donna, in questa Sezione. Harlan ritenne più prudente non rispondere. Fissò un attimo il Sociologo, poi distolse subito lo sguardo. Se nell'Eternità c'era una pecca, riguardava le donne. Harlan ne era al corrente fin da quando era entrato nell'Eternità per la prima volta, ma aveva cominciato a risentirne solo dopo aver conosciuto Noys. Da quel giorno, tutto era cambiato e lui si era sentito di venire meno al suo giuramento di Eterno e a tutto quello in cui aveva sempre creduto fino a quel momento. E perché? Per Noys. Non se ne vergognava affatto, questo era il brutto. Non si sentiva colpevole per i numerosi delitti che aveva commesso, e al cui confronto l'uso illecito di una Manipolazione di Vita poteva considerarsi a stento un peccatuccio. Se fosse stato il caso, era pronto a fare di peggio. Questo preciso, specifico pensiero lo colpì per la prima volta e lui lo scacciò inorridito; ma sapeva che era inutile, perché una volta formulato sarebbe tornato ancora a tormentarlo. Era un pensiero molto semplice: se fosse stato necessario, avrebbe distrutto l'Eternità. E il peggio era che sapeva di poterlo fare. 2. Osservatore. Fermo sulla soglia del Tempo, Harlan pensava a se stesso in modo nuovo. Una volta era tutto più semplice: c'erano gli ideali, o almeno le parole d'ordine che regolavano la vita. Ogni stadio dell'esistenza di un Eterno aveva il suo significato. Come cominciavano i Principi Fondamentali? La vita di un Eterno si può dividere in quattro parti... Tutto si era svolto senza intoppi, eppure tutto era mutato per lui, e quello che era stato distrutto non si poteva ricostituire. Era passato con fede e con gioia dall'una all'altra delle quattro parti in cui si divideva la vita di un Eterno. Prima c'era stato il periodo di quindici anni in cui non era ancora un Eterno, ma solo un abitante del Tempo. Solo un essere umano proveniente dal Tempo, un Temporale, poteva diventare Eterno. Nessuno nasceva tale. Harlan era stato scelto all'età di quindici anni, dopo un accuratissimo procedimento di eliminazione e un attento vaglio critico di cui, a quell'epoca, si era reso ben poco conto. Era stato condotto oltre la cortina dell'Eternità dopo un lungo e straziante addio alla famiglia. (Aveva capito che non sarebbe più tornato indietro, ma i motivi gli sarebbero stati chiari solo molto tempo dopo.) Una volta entrato nell'Eternità aveva studiato per dieci anni come Cadetto, poi si era diplomato e aveva fatto il suo ingresso nel terzo periodo, come Osservatore. Alla fine, era diventato uno Specialista, un vero e proprio Eterno. Così, infatti, si suddivideva la Vita di un Eterno: Temporale, Cadetto, Osservatore e Specialista. Lui, Harlan, aveva attraversato con la massima facilità tutti i successivi periodi e poteva dire di essersela cavata con successo. Ricordava vividamente il momento in cui era uscito dalla fase di Cadetto, il momento in cui era diventato un membro indipendente dell'Eternità e in cui, pur non essendo ancora uno Specialista, aveva avuto diritto per la prima volta al titolo legale di Eterno. Sì, lo ricordava. Alla fine dei corsi, prima di essere nominato Osservatore, l'Istruttore Yarrow aveva parlato a lui e agli altri cinque che avevano terminato l'addestramento. Gli allievi stavano in piedi, le mani intrecciate dietro la schiena, le gambe leggermente divaricate, gli occhi fissi. L'istruttore Yarrow stava seduto alla scrivania e parlava. Harlan lo ricordava bene: un uomo piccolo, che colpiva, con i capelli rossi sempre spettinati, le braccia lentigginose e negli occhi un'aria di rassegnazione. (Non era infrequente quell'aria di rassegnazione negli occhi di un Eterno, perché ciascuno di loro aveva perso casa e radici e si portava dentro l'inconfessato e inconfessabile desiderio di rivedere l'unico secolo che non avrebbe mai potuto rivedere.) Harlan non ricordava le parole esatte di Yarrow, ma la sostanza era ben chiara. Aveva detto pressappoco così: Ora diverrete Osservatori, che non è un rango elevato. Gli Specialisti, per esempio, lo considerano un lavoro da ragazzi. Tuttavia, se anche voi Eterni, e aveva messo una certa enfasi sulla parola, per permettere agli allievi di drizzare la schiena e inorgoglirsi, pensate che il vostro compito sia un gioco da bambini, non meritate di essere Osservatori. Perché, sappiatelo, se non fosse per voi i Calcolatori non avrebbero niente da calcolare, i Manipolatori non avrebbero vite da manipolare, i Sociologi non potrebbero tracciare i loro nitidi profili. So che avrete sentito ripetere più volte questo concetto, ma voglio che ve lo mettiate bene nella mente. Voi dovrete tornare nel Tempo, nelle condizioni più rischiose, e riportarne fatti. Fatti freddi, obiettivi, impersonali, in cui le vostre tendenze e le vostre opinioni non debbono avere il minimo peso, ricordatevelo! Questi fatti devono essere sufficientemente precisi per essere elaborati dai computer, sufficientemente definiti perché vi si possano applicare le equazioni sociali e sufficientemente esatti perché possano costituire un punto di partenza per i Mutamenti di Realtà. E non dimenticate neppure che la fase di Osservatore non è un periodo da superare il più presto possibile, senza prenderlo sul serio, perché proprio dall'attività svolta come Osservatori dipenderà la vostra definitiva designazione e il grado che potrete raggiungere. Considerate questo periodo come un supplemento di scuola e ricordate che, se non darete buoni risultati, verrete messi in Riserva, quali che siano le vostre capacità. Questo è tutto. Aveva stretto la mano a tutti e sei, e Harlan, serio, assorto e orgoglioso dei privilegi che comportava essere un Eterno, primo fra i quali la responsabilità di rendere felici gli esseri umani che vivevano nel Tempo, si era sentito fiero e intimorito. Il primo compito affidato ad Harlan era stato insignificante, e lui lo aveva svolto sotto stretta sorveglianza, ma poi aveva affinato le sue capacità con una dozzina di Mutamenti effettuati in altrettanti secoli. Solo dopo cinque anni dalla nomina a Osservatore gli era stato assegnato un compito, nel 482° secolo, senza diretta sorveglianza superiore. L'orgoglio di sentirsi indipendente era stato offuscato dal timore, ma Harlan era andato a prendere i suoi ordini dal Calcolatore incaricato del settore. Si trattava dell'Assistente Hobbe Finge, la cui bocca carnosa e i cui occhi severi facevano ridere in una faccia come la sua: una faccia tonda, con folte sopracciglia e un ridicolo naso a patata, alla quale mancava solo una frangetta di capelli bianchi e un tocco rosso sulle guance per essere l'immagine precisa del mito primitivo di Babbo Natale. (O San Nicola, o Santa Claus... Harlan conosceva tutti e tre i nomi, ma dubitava che un Eterno su centomila ne avesse mai sentito parlare. Lui traeva una strana specie di orgoglio da queste conoscenze arcane. Fin dai primi giorni di scuola uno dei suoi passatempi favoriti er